ROMA ARCHEOLOGICA & RESTAURO ARCHITETTURA 2021. Pompei, il mistero della biga che la camorra fece sparire (…) il mistero della seconda biga: «È in oro e argento». Il Mattino (11/01/2021) & (13/02/2021).

1). POMPEI – Pompei, il mistero della biga che la camorra fece sparire. Il Mattino (11/01/2021).

«Nel 2001 il clan Cesarano venne a sapere che in un frutteto di via Civita Giuliana, tra Pompei e Boscoreale, alcuni tombaroli avevano ritrovato un carro, una biga, ma non avevano avvisato i boss. Così alcuni affiliati intervennero immediatamente, li minacciarono e requisirono la biga, senza versare neanche una lira». Il mistero della biga romana trafficata dalla camorra di Castellammare si perde nei verbali di interrogatorio di un collaboratore di giustizia, che per anni ha raccontato all’Antimafia i segreti sul clan fondato da Ferdinando Cesarano, boss di camorra che in Italia detiene il record degli ergastoli (una trentina) e, dopo un clamorosa fuga dall’aula bunker di Salerno, è detenuto da oltre vent’anni al regime del carcere duro, dove si è persino laureato due volte anche con una tesi proprio sul 41-bis.

Lo stralcio dell’interrogatorio del pentito Saverio Tammaro, alias «’o principe», è riemerso ieri mattina in aula, durante il processo a due presunti tombaroli accusati di aver saccheggiato fino al 2017 la ricca domus di Civita Giuliana, quella in cui sono stati ritrovati i calchi dei cavalli bardati sepolti nella loro scuderia dall’eruzione del 79 d.C., dove cresceva la bambina Mumia che aveva inciso il suo nome su uno dei muri riportati alla luce lo scorso anno e dove sono emersi i calchi di altri due esseri umani, morti nel criptoportico della lussuosa villa esterna alle mura dell’antica Pompei. La rete di cunicoli – oltre 50 metri scavati a 5-7 metri di profondità – aveva lambito anche quei resti umani, come ha confermato ieri in aula il brigadiere Salvatore Sorrentino, testimone dell’accusa rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli, che per la Procura di Torre Annunziata ha coordinato le indagini condotte anche dai carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale di Napoli del maggiore Giampaolo Brasili.

Il mistero della biga pompeiana, però, si perde insieme a quel verbale, che racconta degli interessi del clan Cesarano nel traffico internazionale di opere d’arte e reperti archeologici, che sul mercato nero hanno ancora un grosso appeal tra i collezionisti, in particolare americani, cinesi e arabi. Dal 2001 ad oggi, quel carro di epoca romana potrebbe essere finito all’asta più volte ed oggi essere il pezzo pregiato della collezione privata di qualche magnate, anziché essere esposto in un museo. È stato restituito al Parco Archeologico di Pompei, invece, uno dei dipinti tagliati e portati via dalla stessa domus durante i saccheggi. Parzialmente rovinato – raccontano gli atti che oggi fanno parte di un processo in corso presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere – l’affresco trafugato dai tombaroli pompeiani Giuseppe e Raffaele Izzo e Rosa Balzano era stato rivenduto da Benedetto D’Aniello, ritenuto uno dei più esperti trafficanti di opere d’arte di Sant’Antonio Abate, e finito nel laboratorio del restauratore casertano Michele Messina, dove è stato sequestrato dai carabinieri. All’affresco originale, però, sarebbe stata applicata una pittura moderna con stile greco-romano, per renderla più appetibile sul mercato nero dei reperti archeologici: all’estero in pochi avrebbero notato che si tratta di un clamoroso falso. Quell’affresco adesso è negli archivi della Soprintendenza e, al termine degli scavi, potrebbe tornare al suo posto.

Ieri, però, a processo presso il tribunale di Torre Annunziata c’erano i soli Giuseppe e Raffaele Izzo (padre e figlio, assistiti dagli avvocati Francesco Matrone e Maria Formisano), residenti in un casolare di via Civita Giuliana e proprietari del terreno sotto il quale sorgono i locali nobili della villa, in parte riportata alla luce da privati nel 1907, resa visitabile e poi sepolta nel 1950, raccontata in un volume pubblicato nel 1994 dall’archeologa Grete Stefani, ex direttore degli scavi di Pompei e anche lei testimone dinanzi al giudice Silvia Paladino. Sia il brigadiere Sorrentino che l’archeologa Grete Stefani hanno raccontato la tecnica insolita utilizzata solo per quegli scavi clandestini: realizzato il tunnel, la volta veniva rafforzata con una «spruzzata» di calce fresca per prevenire i crolli.

Il lungo cunicolo principale – una vera e propria autostrada sotterranea – partiva da una baracca piena di attrezzi e arrivava sia nei locali nobili, sia in quelli rustici, grazie ad una serie di tunnel che entravano nelle varie stanze. Degli oggetti preziosi ritrovati negli scavi di inizio ‘900 non resta niente: le bombe della seconda guerra colpirono l’ala dell’antiquarium che li ospitava. Quelli saccheggiati dai tombaroli, invece, sono in giro per il mondo.

Fonte / source:
— Il Mattino (11/01/2021).
https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/pompei_scavi_camorra_biga_sparita-5694850.html

ROMA ARCHEOLOGICA & RESTAURO ARCHITETTURA 2021. Pompei, il mistero della biga che la camorra fece sparire (...) il mistero della seconda biga: «È in oro e argento». Il Mattino (11/01/2021) & (13/02/2021).

2). POMPEI – Pompei, il mistero della seconda biga: «È in oro e argento». Il Mattino (13/02/2021).

Una biga «con pezzi in oro, argento e bronzo, dal valore inestimabile». Fino a poco più di tre anni fa, i tombaroli cercavano un prezioso carro di epoca romana sepolto ancora sotto cenere e lapilli, perfettamente conservato. Sapevano dove cercarlo, ne erano sicuri, tanto da essere pronti a rischiare la vita, scavando a cinque metri di profondità sotto terra, con poco ossigeno a disposizione e con la possibilità di ritrovarsi i carabinieri alle calcagna. Un pezzo pregiato, magari da recuperare e rivendere a collezionisti facoltosi, pronti a fare follie pur di esporre quel reperto archeologico «unico» seppellito nel 79 dopo Cristo dall’eruzione del Vesuvio. Ma l’ennesimo mistero di Pompei aveva già spinto la Procura di Torre Annunziata ad aprire una nuova inchiesta sui tombaroli della villa di Civita Giuliana, che si trova nell’area esterna al parco archeologico pompeiano, dove tuttora sono in corso gli scavi autorizzati, in collaborazione tra uffici inquirenti e Soprintendenza.

L’ultimo particolare viene fuori dalla nuova testimonianza ascoltata ieri in aula, durante il processo ai presunti tombaroli Giuseppe e Raffaele Izzo, in corso dinanzi al giudice Silvia Paladino. Dopo l’archeologo Domenico Camardo e l’architetto della Soprintendenza Raffaele Martinelli, è toccato a Francesco Fattoruso, carabiniere che fino al 2017 era in servizio alla stazione di Pompei. Se nel 2003 il collaboratore di giustizia Saverio Tammaro aveva raccontato come il clan Cesarano si fosse appropriato di una biga di epoca romana ritrovata «in un frutteto di via Civita Giuliana», i carabinieri già nel 2014 avevano raccolto le prime informazioni su un secondo carro sepolto, grazie alle rivelazione di un ex ricettatore di reperti archeologici, identificato in Luigi Giordano, con precedenti specifici. Aveva raccontato dei suoi rapporti con gli Izzo, anche di una causa in corso tra loro, della vendita di alcuni reperti e delle ricerche di quella biga. Il primo blitz nel 2014 servì a verificare che i sigilli apposti nel 2009 all’accesso dei cunicoli scavati sotto la casa degli Izzo erano stati violati.

Nell’estate 2017, poi, una seconda «soffiata» ai carabinieri di Pompei spinse il procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli ad avviare nuovamente le indagini. Stavolta c’era addirittura l’indicazione precisa del luogo in cui poteva trovarsi quel carro prezioso. «A circa 25-30 metri dalla strada, sotto ad alcuni alberi di arance e mandarini». In corrispondenza di quell’agrumeto, gli scavi archeologici hanno permesso di ritrovare la parte rustica della gigantesca domus e l’ormai famoso cavallo bardato, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo. Altri calchi di cavalli sono stati danneggiati dai cunicoli scavati dai tombaroli e sono stati ritrovati successivamente. Una parte di quella che era la scuderia di una delle ville suburbane più lussuose è ancora oggetto di scavo e, chissà, potrebbe restituire davvero un carro militare o una biga, un vero e proprio tesoro per gli archeologi.

Al momento, l’esistenza dei carri quello requisito dal clan Cesarano e quello che i tombaroli cercavano fino al 2017 resta avvolta nel mistero. Forse a scoraggiare i tombaroli nelle ricerche fu la presenza di uno scarico fecale che spuntò durante gli scavi clandestini. Un impedimento grave, visto che «la sua presenza sprigiona gas e riduce la presenza di ossigeno» come ha spiegato ieri l’architetto Martinelli rispondendo alle domande dell’avvocato Francesco Matrone, difensore degli Izzo. I tombaroli, poi, avevano scavato un altro cunicolo per raggiungere la scuderia. «Per sicurezza ha illustrato l’archeologo Camardo seguivano i muri romani per scavare i cunicoli ed evitare crolli. Hanno usato tecniche da esperti restauratori anche nel taglio degli affreschi trafugati».
Il procuratore aggiunto Filippelli ha poi prodotto al giudice un documento a firma del soprintendente Massimo Osanna, che ha stimato i danni di quegli scavi clandestini in almeno 1,8 milioni di euro. Rispondendo alle accuse, l’avvocato Matrone ha spiegato che per gli scavi ancora in corso «alla famiglia Izzo va riconosciuta una indennità mai versata».

Fonte / source:
— Il Mattino (13/02/2021).
https://www.ilmattino.it/napoli/cultura/scavi_di_pompei_ultime_notizie_biga_rubata_dalla_camorra-5763181.html